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IL BAMBINO CHE IMPARA E LO PSICOLOGO a cura di Micozzi Maurizio
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La voglia di imparare è istintiva nel bambino ed infatti l’ingresso nella scuola dell’infanzia e soprattutto nella scuola primaria (1° elementare), sono momenti carichi di interesse, curiosità e gioia di vivere come ogni genitore e insegnante può testimoniare; ma ben presto per molti piccoli alunni diventa una fatica piena di sofferenze e frustrazioni . Naturalmente le spiegazioni molte volte sono riconducibili a fattori esterni al bambino, il quale in questi casi si trova ad essere vittima della scarsa attenzione nei suoi confronti da parte del mondo degli adulti; gli Psicologi che lavorano nell’ambito dell’Età Evolutiva conoscono infinite varianti delle circostanze ambientali, emotivo-relazionali e situazionali che inducono distorsioni e fattori patogeni nel processo di crescita dei bambini. Negli ultimi 30 anni però la ricerca neuropsicologica ha evidenziato in maniera scientifica che al fianco degli agenti esterni ci possono essere altri agenti interni, costituzionali, che influenzano il processo di crescita in senso almeno disturbante, quando non addirittura in senso patogeno, cosicchè tali agenti interni comprometteranno anche il normale sviluppo emotivo, relazionale e sociale del bambino. Gli agenti interni a cui mi riferisco sono le condizioni neuropsicologiche che sottendono gli apprendimenti in età evolutiva. Il periodo della scuola, degli apprendimenti scolastici, perdura per molti anni e permea il mondo esperenziale del bambino al punto che il contesto scolastico è capace di influenzare in modo permanente gli avvenimenti futuri di una vita; non mi riferisco solo allo sbocco lavorativo in relazione allo sviluppo del curriculum di apprendimenti, ma penso anche alla stessa epistemologia soggettiva di vita che si sviluppa in epoca scolastica. Lo sperimentare costante per molti anni di seguito (da un minimo di 13) e senza soluzione di continuità la propria difficoltà, o addirittura anche la propria impossibilità negli apprendimenti scolastici, con il contorno di frustrazioni, di confronti umilianti e di giudizi negativi da parte di adulti significativi (insegnanti, genitori..), credo sia dirompente per l’IO in formazione del bambino e dunque perché meravigliarsi se questi mette in atto in età adolescenziale comportamenti, atteggiamenti e stili di vita di tipo depressivo, di rifiuto o peggio di ribellione ? Questa è la condizione psicologica in cui si viene a trovare un bambino di 6 anni che, dopo essere entrato nella scuola in 1° elementare pieno di entusiasmo, curiosità e voglia di imparare, scopre viceversa, le sue difficoltà, la frustrazione del desiderio istintivo di imparare ed il confronto perdente con i compagni, i quali invece imparano quasi naturalmente quello che la maestra insegna.
In Italia abbiamo una legislazione ed esperienze avanzate nel settore dell’integrazione del bambino affetto da handicap (oggi piace dire “diversamente abile” con un eufemismo che rasenta l’ipocrisia) e possiamo ben dire che il mondo della Psicologia è molto impegnata e attenta a questa problematica, che ovviamente deve coinvolgere anche il campo dell’apprendimento del soggetto affetto da handicap, ma non è a questi bambini che si rivolgono queste riflessioni, perché penso ai cosiddetti Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) altre volte ricompresi sotto la definizione di Dislessia. Questi bambini, che non sono affetti da handicap di tipo intellettivo (hanno intelligenza nella norma), ma non riescono ad imparare a leggere, scrivere e far di conto come gli altri, hanno segnata la loro esperienza di tutto il percorso scolastico. E’ vero, si dice che illustri personaggi ed anche scienziati fossero in qualche modo dislessici, ma sono pure eccezioni; nella stragrande maggioranza dei casi il DSA “produce” una persona che rimarrà in difetto di apprendimento per tutta la vita. Recenti dati epidemiologici affermano che i bambini che mostrano disturbi dell’ apprendimento sono intorno al 4% della popolazione scolastica, ma l’esperienza ci insegna che la percentuale dei bambini non disturbati ma in difficoltà di apprendimento è molto più alta: si parla addirittura del 10-15 % della popolazione scolastica in età elementare.
La ricerca però viene incontro a questi bambini con conoscenza e strumenti di intervento e, si badi bene, è una ricerca che si avvale fortemente delle competenze psicologiche, ma chiede un forte impegno degli psicologi sia in fase di diagnosi di questi DSA, che in fase di aiuto psicologico, il quale deve saper spaziare dal Potenziamento Cognitivo al sostegno dell’IO, dei familiari e degli insegnati; in molti casi saranno necessarie anche forme di psicoterapia vera e propria dedicate al bambino ed ai suoi familiari. Sia per fare una corretta Diagnosi che per proporre un adeguato Aiuto Psicologico a questi bambini, occorre però avere una profonda conoscenza dei processi neuropsicologici che sottendono i percorsi di apprendimento in età evolutiva, e degli strumenti necessari per raggiungere la consapevolezza differenziale dei diversi disturbi/difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e delle abilità matematiche, che rappresentano le fondamenta di tutto l’apprendimento futuro.
Recentemente 10 Società Scientifiche italiane operanti nell’Età Evolutiva e nei settori connessi alle capacità di apprendimento hanno emesso le Raccomandazioni per la Pratica Clinica relativamente ai Disturbi Evolutivi Specifici dell’Apprendimento (www.aiditalia.org/it/consensus_conference.html). Da queste raccomandazioni si ricavano importanti nozioni e buone prassi operative, ma anche una netta sensazione: su questo terreno di lavoro enorme per impegno di competenze e per soggetti interessati ci si aspetta un forte impegno degli Psicologi (che hanno comunque partecipato attraverso il Consiglio Nazionale dell’Ordine che le ha recepite), ma appare anche evidente l’assenza di Società Scientifiche di natura prettamente psicologica. Eppure questo sarebbe un grande campo di impiego di professionalità psicologica, la quale insieme ad altre professionalità ma anche in sede libero professionale, può dare risposte importanti, un terreno di lavoro che, se non praticato, verrà battuto da altre professionalità forse non altrettanto indicate . |
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